I BAMBINI DI BOM JUA' E DELL'ISOLA

Una cosa che mi ha colpito molto quando ho conosciuto i bimbi del progetto è la differenza che si nota tra i bimbi di Itaparica e quelli di Bom Juà, periferia degradata di Salvador. Già Marisa mi aveva accennato ai diversi ambienti in cui essi crescono, l’isola, con la sua povertà contadina, i rischi che di certo esistono ma che sembrano più sfumati, meno evidenti, e la periferia di città dove il degrado è lampante, dove il contrasto con i grattacieli ed i grandi alberghi che sorgono non lontano è netto.
Quando ho visto il quartiere di Alto do Riachinho, sull’isola, mi sembrava di essere in qualche film sulla Sicilia di altri tempi, con strade di pietre tutte sconnesse, i carretti con i cavalli, un vecchio che sorride davanti alla sua casa di fango, l’apparente quiete di una povertà fatta di semplicità.
Quando ho visto Bom Juà, il mio primo pensiero è stato: “eccola, questa è una favela vera”, con le sue case diroccate, le strade infangate che in certi punti sembrano fogne, il caos di una quotidianità disordinata, che danno un’impressione molto maggiore di disagio, precarietà e rischio.
La diversità degli ambienti in cui crescono si riflette sui bambini: i piccoli dell’isola sembrano più ingenui, immaturi, la loro realtà si distacca completamente dalla nostra mentalità, Marisa stessa mi raccontava che molti di loro non hanno mai visto il mare. E vivono su un’isola.
I ragazzini di Bom Juà sono più svegli, noi diremmo, passatemi il termine, più “sgamati”, si vede che hanno a che fare con cose più grandi di loro e capiscono come gira il mondo. Smettono presto di fantasticare e, di certo, sono più ancorati alla realtà. Non saprei dire chi di loro possa essere avvantaggiato; i bambini della periferia sono più in grado di arrangiarsi, di imparare presto a cavarsela da soli, ma quelli dell’isola, forse, possono ancora permettersi un’infanzia in cui coltivare i loro sogni.
I bimbi di Itaparica, infatti, vorrebbero diventare dottori, architetti, ingegneri, campioni sportivi; H. sogna di fare il calciatore e di giocare nel Milan perché io ne sono tifosa, e, allo stesso tempo, di esercitare come avvocato, per difendere coloro che, troppo spesso dalle loro parti, vengono accusati ed incarcerati ingiustamente.
Quando ho chiesto ai ragazzini di Bom Juà cosa desidererebbero diventare da grandi, ho avuto altre risposte: una ragazzina vorrebbe fare l’infermiera, ma, se non ce la fa, anche la barista va bene. Un altro pensa di diventare muratore, per costruire case migliori. J. ha 12 anni come H., e non ha dubbi: lui da grande vuole fare il Pony Express che porta le pizze, perché solo così coronerebbe il suo sogno di guidare un motorino.

SCHEGGE BRASILIANE

Dell’intensa esperienza di Salvador e Itaparica, dopo i resoconti particolareggiati di mia figlia Gaia, non mi resta che raccontare schegge sparse delle mie impressioni, scusandomi se l’insieme risulterà frammentario.
v Scuole: visitiamo quelle del progetto e quella della favela a Bom Juà: ovunque tante faccine simpatiche di bambini che ci accolgono immancabilmente cantando. Chi è più intimidito, loro o noi? ma sentiamo l’entusiasmo e il calore con cui ci accolgono. A Bom Juà, gli scolaretti, già usciti alla fine delle lezioni, ci scorgono da lontano e tornano correndo in aula. Lì sono rimasti con l’insegnante solo gli alunni “incaricati”, che, con molto impegno, stanno rassettando il pavimento e lustrando i banchi. La vecchia maestra che è in me riconosce antichi gesti, una volta usuali anche nelle nostre scuole. Quando stiamo per andarcene, inaspettatamente i piccoli ci circondano e, a uno a uno, aspettando diligentemente il proprio turno, incominciano ad abbracciarci con tenerezza, noi, adulti, stranieri, sconosciuti!
v Maestre: è un piacere incontrarle, mi sento tra colleghe, riconosco l’entusiasmo, la partecipazione attenta, la voglia di far meglio. Piccole cose mi parlano della loro professionalità, anche se i mezzi sono pochi. Chiedono il mio parere, vorrebbero, vorrei, scambiare esperienze e opinioni, ma non c’è tempo.
v Strade di Bom Juà: incontriamo don Lorenzo. Percorrere il quartiere con lui è una cosa speciale: tutti lo riconoscono, lo salutano, lo festeggiano. Dopo aver avviato e lavorato al progetto per decenni, da 5 anni è in India, a lottare per un altro luogo travagliato, ma ogni anno ritorna nella favela, a vedere come si sviluppa. Una piccola signora si fa riconoscere: ricorda, don Lorenzo, quand’ero bimba, ogni volta che mi incontrava mi dava uno schiaffetto “robusto” ma affettuoso? Ed ecco il rito si rinnova, l’energia e l’affetto sono quelli di 40 anni fa.
v Lettere. La mamma di H. ci accoglie gentile nel suo minuscolo soggiorno, cerchiamo di conoscerci. Ad un tratto H. si alza e dalla camera da letto reca un pacchetto, lettere raccolte da un nastro, come quelle degli innamorati. Le dà sorridendo a Gaia che le riconosce: sono tutte quelle che lei gli ha mandato in questi anni, comprese le buste e le foto. Gaia ne scorre qualcuna, H. si scusa: una busta è un po’ rotta, è stata la maestra quando gliel’ha aperta.
v Ristorante a Itaparica. Seduto vicino a me, c’è il fratellino di H., Junior. Arrivano le portate, ma i bimbi, educatissimi e compunti non si servono. Marisa ci spiega che dobbiamo farlo noi, perché spetta alla mamma fare le porzioni e distribuirle per far bastare il cibo per tutti. Penso ai nostri bimbi che spesso si servono per primi e a volontà e ad altri tempi lontani quando il nostro era un paese più povero e anche nelle nostre famiglie contadine vigevano le stesse regole.
v Giochi. La lingua fa un po’ da barriera tra H. e noi, anche se Gaia si è studiata un po’ di portoghese e io mi arrangio con un buffo ispano-portoghese. La mimica funziona sempre e poi per comunicare e diventare amici c’è il gioco. Prima Gaia si è scatenata con H. e Junior giocando al pallone, passione comune. E io, cosa posso inventarmi? Scopro che la morra cinese è internazionale (“pedra, papel, cesora”) e poi ecco un altro giochino, anche se a loro sconosciuto, da imparare in fretta per divertirci e ridere tutti insieme.
v Biblioteca. La bibliotecaria me la mostra orgogliosa e a ragione: ordinata, ben fornita, col suo reparto dedicato ai bambini e il giornalino, un po’ naif che riporta le cronache della favela. Ritrovo negli scaffali autori e titoli conosciuti, sono stupita e ammirata, sembra la nostra biblioteca rionale, il nostro giornale del quartiere. Anche l’atmosfera è la stessa, raccolta, piacevole, rispettosa. Là come qui la biblioteca è un fulcro di cultura, di crescita interiore.
v Il progetto. Visto dall’Italia, anche se ti informi e leggi il giornalino, mantiene una dimensione astratta. Quando sei lì e vedi il volto simpatico del tuo bimbo adottivo, la sua famiglia, il suo quartiere, la scuola, la fazenda e tutto il lavoro che sta dietro al progetto, tutto acquista significato. I piccoli contributi dall’Italia hanno una pregnanza, diventano energia a cui i responsabili e i volontari danno forma, valore: l’ambulatorio con le sue stanzette attrezzate e le mamme con i bimbi piccolissimi in attesa della pediatra, la scuola, la biblioteca, la chiesa, diventati punti di riferimento della comunità.
H. ha una speranza per il suo futuro. E dentro, un poco, ci siamo anche noi.
Grazia